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Cinema, il rischio bolla per lo streaming fa tremare gli operatori del settore

Il rallentamento del trend di crescita delle piattaforme sta iniziando a far sentire i suoi effetti sul mondo del cinema e dell’audiovisivo italiano. Dal tax credit, all’esplodere dei costi ai problemi per la creatività, l’analisi del Film Business Think Tank organizzato dalla Umbria Film Commission

L’euforia dovuta all’impennata della domanda seguita al Covid. Ma ora per l’industria del cinema e dell’audiovisivo il mood inizia a essere differente. E gli occhi sono rivolti lì, verso quelle piattaforme che – come appare da molte rilevazioni – sembrano aver perso lo slancio dei tempi migliori. Al quale il mondo del cinema e dell’audiovisivo si era agganciato con soddisfazione, rispondendo alla domanda in aumento di contenuti. Ora però, quell’euforia rischia di presentare un conto salato alla industry.

Il panel di discussione nel corso del Film Business Think Tank organizzato sabato scorso dalla Umbria Film Commission, diretta da Alberto Pasquale, ha messo in fila tutte le grandi preoccupazioni in questo senso espressa da rappresentanti della produzione e distribuzione, registi e sceneggiatori.

Fine della piena occupazione?

«Certo che abbiamo timore. Stiamo già verificando questo rallentamento» dice Andrea Occhipinti, presidente della Lucky Red, primo distributore indipendente in Italia. Un rallentamento «visibile in maniera molto chiara in questa seconda parte dell’anno», aggiunge Marta Donzelli, produttrice (ha fondato nel 2004 la Vivo Film con Gregorio Paonessa) ed ex presidente della Fondazione Centro Sperimentale di Cinematografia. Un cambio di mood non da poco dopo un periodo espansivo di cui ha beneficiato la industry e tutto l’indotto collegato, fino a figure professionali (sarti, artigiani) cui le produzioni si sono rivolti per far fronte alle proprie necessità. Per il settore che ha potuto vantare piena occupazione in questo ultimo biennio ci sarà da fare i conti con un momento di risacca anche sul versante occupazionale?

La riforma del tax credit

Quello dell’andamento dello streaming è uno dei punti, forse il più impellente in prospettiva ma non nell’immediato, sul quale il settore è chiamato a ragionare per individuare correttivi e nuove modalità evitando di farsi trovare impreparato. Nell’immediato il dibattito è molto concentrato sul tax credit, al quale il Governo pensa di “fare un tagliando”. Questione, questa, che ha acceso gli animi e sulla quale lo stesso ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano è intervenuto sul Sole 24 Ore manifestando l’intenzione di andare avanti nonostante le polemiche.

Un ombrello troppo ampio

Il vero pericolo da schivare è quello di dare l’impressione di cedere a interventi normativi che diano l’idea di una mancanza di certezza o di cornice, secondo Marco Grifoni, Chief financial officer di Palomar. «L’incertezza sulla regolamentazione, in un contesto di elevati tassi di interesse, rappresenta un costo, perché incide sulla capacità di pianificare». Accanto a questo c’è da considerare sia un aspetto pratico – secondo Occhipinti «è centrale stabilire quali siano i “veri film”, perché nella categoria sono inserite tantissime produzioni che finiscono lì solo per avere ottenuto il visto censura, ma sono documentari o altro ancora» – sia la questione di fondo che, come spiega ancora Donzelli, è legata al fatto che «non si può associare il valore di un’opera cinematografica solo al suo successo commerciale», anche perché l’investimento pubblico nel cinema dipende da quella che si chiama «eccezione culturale».

L’aumento dei costi

Il novero che deve essere meglio chiarito non può però far passare in secondo piani i risultati di box office che non vedono il cinema italiano primeggiare. Certo, un prodotto va giudicato solo in base al box office in sala o anche sulla base di altro visto che, come ricordato da Jaime Ondarza, ceo Fremantle Southern Europe & Israel, le richieste degli streamers sono diventate sempre più importanti sul mercato? Alla questione, sottolinea Federico di Chio, Evp strategy and corporate marketing Mediaset, va aggiunto un portato nient’affatto trascurabile: l’aumento del costo medio di produzione, salito dal 2019 ad oggi del 50%. L’inflazione ha impattato, ma in questa dinamica, ha ricordato Marina Marzotto, amministratore delegato Propaganda Italia, c’è il risultato dell’ingresso massiccio sulla scena degli investitori esteri. Il passo verso fenomeni speculativi in alcuni casi è stato estremamente breve.

Riportare il contenuto al centro

Certezza delle regole, interventi sul tax credit misurati ma senza eccedere, tavolo di sistema per prendere in mano la questione dei costi prima che deflagri. Partire da qui per ridare slancio (o comunque dare maggiore spinta) al cinema italiano? Non solo, spiega Barbara Petronio, sceneggiatrice e produttrice. «Bisogna tornare alla centralità del contenuto. Il produttore italiano è abituato a un sistema di lavoro che non parte dal contenuto, ma vive di relazioni. C’è uno scollamento totale fra i produttori italiani e i gusti del pubblico. La scrittura viene martoriata con la richiesta continua di variazioni. Non avviene così negli Stati Uniti».

Andrea Biondi, ilsole24ore.com (21/11/2023)