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After Work cerca di immaginare un mondo senza lavoro

Il nuovo documentario di Erik Gandini si chiede come vivremo quando circa il 50 per cento degli impieghi saranno sostituiti dalla macchine.

Il 55 per cento dei lavoratori americani nel 2018 ha volontariamente rinunciato a parecchi giorni di ferie pagate cui avrebbe avuto diritto. Perdendole perché non sono trasferibili da un anno all’altro.

Il dato viene da uno studio condotto dal Project Time Off della US Travel Association, secondo cui in quel solo anno sono rimasti inutilizzati 768 milioni di giorni di vacanza. Corrispondenti a circa di 65 miliardi di dollari di mancati benefici, una media di 571 dollari per dipendente.

Nella Corea del Sud Il ministro del lavoro Kim Joung Joo ha lanciato una campagna per convincere le persone a ridurre il super lavoro.

Tra gli effetti collaterali delle 14 ore al giorno che molti passano in ufficio: un’epidemia di tumori allo stomaco, e un alto tasso di suicidi. “Le famiglie sono a pezzi, l’infelicità dilaga”, dice il ministro.

Per costringere i dipendenti a tornarsene a casa prima di notte, hanno persino introdotto un sistema automatico di spegnimento dei computer alle 18. Un’iniziativa che hanno chiamato “Diritto al riposo” e che ha portato alla riduzione delle ore settimanali da 68 a un massimo di 52.

Inizia così il documentario After Work, in uscita al cinema il 15 giugno. Che racconta il paradosso di una società – per lo meno quella cosiddetta occidentale – che dopo aver messo per decenni l’etica del lavoro al centro dell’identità collettiva e individuale si trova oggi ad affrontare la “morte” di centinaia di milioni di posti di lavoro.

Il regista è l’italo-svedese Erik Gandini, autore e produttore di diversi documentari tra cui Videocracy che venne presentato alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2009.

Già dieci anni fa , due ricercatori di Oxford nel loro studio The Future of Employment (Il futuro dell’occupazione), avevano predetto che l’Intelligenza artificiale avrebbe portato alla fine di molte professioni nell’arco di un ventennio.

Previsione più che azzeccata, il che significa anche che nell’arco di 10 anni al massimo, il 47 per cento dei lavoratori americani sarà sostituito da “macchine” più efficienti di loro che, una volta sviluppate, avranno anche il vantaggio di non costare nulla.

Gli addetti al telemarketing verranno rimpiazzati da chat bot nel 99 per cento dei casi. Il 97 per cento dei cassieri verrà sostituito da sistemi di automatici di pagamento e a rischio sono anche i driver. Per loro le previsioni parlano di un taglio dell’89 per cento.

Come consentire a tutte queste persone di continuare a vivere dignitosamente una volte che avranno perso il posto di lavoro?

Una delle soluzioni possibili di cui si discute da tempo è quella del reddito di base universale: da un minimo di 1000 euro, o di più a seconda del costo della vita del Paese in cui si vive, per non fare nulla.

Ma, a prescindere dalla sostenibilità economica, un sistema del genere servirebbe a rendere le persone felici, soddisfatte della loro vita? Con un sistema di valori come quello attuale probabilmente no. Come sintetizza efficacemente lo storico israeliano Yuval Noah Harari: “Essere irrilevanti è peggio che essere sfruttati”.

E qui arriviamo a un altro paradosso del mondo contemporaneo: se da un lato c’è chi volontariamente lavora troppo – vedi gli americani e i sud coreani di cui sopra– c’è chi, invece, è costretto ad accettare condizioni e orari disumani giusto per sopravvivere: sono i migranti ridotti a una condizione di semi-schiavitù.

After Work dedica anche un capitolo specifico all’Italia. Il nostro Paese, infatti, ha una peculiarità. Si tratta del fenomeno dei NEET (Neither in Employment, Education or Training, coloro che non lavorano, non studiano, non fanno formazione) di cui deteniamo il primato in Europa, con il 28,9 per cento degli italiani tra i 20 e i 34 anni che si astengono da tutti e tre gli impegni di cui sopra, contro la media del 16,5 di tutti gli altri Stati membri dell’Unione.

After Work si sofferma, inoltre, sul caso particolare del Kuwait. Lo Stato, grazie alla sue enormi ricchezze, garantisce a un gran numero di cittadini impieghi pubblici di facciata.

In sostanza, non ci sono mansioni da svolgere e nessun rischio di essere licenziati (Secondo l’OMS, il Kuwait è il Paese più fisicamente inattivo del mondo, anche se tutti hanno un impiego e sono ben retribuiti). Una sorta di esperimento di reddito di base universale con la differenza che implica l’adeguamento a una forma di lavoro almeno “simulato’’.

Potrebbe essere questa la soluzione quando saremo diventati inutili?

A essere onesti, il documentario non sembra lasciare molte speranze neppure in tal senso.

Enrica Brocardo, wired.it (15/06/2023)